Infezioni correlate all'assistenza: un rischio da non sottovalutare

Quello delle infezioni nosocomiali o, come le definisce l’OMS, correlate all’assistenza (in quanto contratte in un contesto ospedaliero) è un tema spesso sottovalutato. Eppure, esistono svariati studi che, in una certa misura, avvalorano il vecchio detto popolare secondo il quale ci si ammala di più durante il ricovero in ospedale che prima di entrarvi.

Infezioni correlate all'assistenza

Il più recente in materia, pubblicato lo scorso ottobre su Plos Medicine, è stato effettuato da un gruppo di studiosi dello European Centre for Disease Prevention and Control (ECDC) in collaborazione con ricercatori del Robert Koch Institute (Germania) e dello University Medical Center di Utrecht (Paesi Bassi). I dati raccolti dai ricercatori portano a stimare che, nell’Unione Europea, l’impatto di sei infezioni correlate all’assistenza (polmonite, infezioni del tratto urinario, infezioni del sito chirurgico, infezioni da Clostridium difficile, sepsi neonatale e infezioni del sangue) sia superiore a quello di malattie come l'influenza, le infezioni da HIV/AIDS e la tubercolosi considerate complessivamente. 

incidenza delle infezioni sanitarie

Il tutto, al netto di eventuali complicazioni correlate al motivo del ricovero dei pazienti che costituivano il campione dell’indagine (ad esempio, patologie pre-esistenti, reazioni post-intervento chirurgico, etc.). Un paio di numeri per capire le proporzioni del fenomeno: nella UE, ogni anno si verificano più di 2,5 milioni di casi di infezioni nosocomiali, che si traducono in circa 2,5 milioni di anni di vita persi a causa della disabilità (nello studio, indicati con l’acronimo DALY, Disability Adjusted Life Year)

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Come arginare questo fenomeno? Gli stessi studiosi ribadiscono l’importanza dell’intensificazione degli sforzi, in ambito ospedaliero, per migliorare la sicurezza di pazienti ed addetti all'assistenza, investendo maggiormente sulla prevenzione e sul controllo di queste infezioni. Un buon punto di partenza, per esempio, è ridurre o eliminare il numero dei microorganismi presenti sulle superfici di oggetti che vengono toccati frequentemente (maniglie, rubinetti, etc.) curando scrupolosamente l’igiene o, andando oltre, adottare accorgimenti che riducano drasticamente i microorganismi, come, per esempio, il flusso lamellare mobile da tempo in uso in molti ospedali svedesi, che manda un’aria “ultrapulita” in grado di ridurre la carica batterica fino al 95%. Oppure prediligere superfici in materiali a base di rame, che, come ha dimostrato uno studio condotto al Selly Oak Hospital di Birmingham, riducono la presenza di microorganismi fino al 95% rispetto a quelle in acciaio.

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Ma può essere utile anche utilizzare, per l’igiene degli spazi e dei pazienti, prodotti più mirati e che consentano di ridurre la carica batterica (e, con essa, il rischio d’infezioni) senza risultare troppo aggressivi e, quindi, minimizzando il rischio di reazioni cutanee o allergie. Perché, come diceva un vecchio spot pubblicitario, prevenire è meglio che curare